La Giuditta di Artemisia Gentileschi: una rilettura del tema nel contesto storico-artistico d’inizio Seicento

Le opere di Artemisia Gentileschi sono state lette spesso secondo un’interpretazione di stampo femminista, ma gli studi più recenti tendono a rileggere i suoi capolavori ponendoli nel contesto del tempo.

Gli studi recenti, sfociati egregiamente nella mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo che si è tenuta lo scorso anno a Palazzo Braschi a Roma, hanno spostato l’attenzione sul contesto e sugli anni contemporanei alla pittrice, nonché sulla preponderanza dei temi raffigurati dagli artisti a lei coevi, sottolineando il distacco dall’abituale interpretazione dell’arte di Artemisia. Il principio su cui si è basata la citata esposizione romana è il tentativo di eliminare i pregiudizi legati allo stupro compiuto da Tassi e alle conseguenti teorie autobiografiche e femministe che si sono succedute, dimostrando che la stessa Artemisia era stata in grado di superare con una certa rapidità le vicissitudini connesse alla violenza subita e che quelle scene violente che avevano dato origine a tali teorie raffiguravano temi e soggetti molto ricorrenti nelle opere degli artisti a lei contemporanei e che quindi rientravano nel contesto storico-artistico entro cui operò Artemisia.

Già Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) nel 1602 circa aveva raffigurato Giuditta che taglia la testa a Oloferne, dipinto oggi conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma. Qui Michelangelo Merisi ha raggiunto uno straordinario livello di realismo tale da far impressionare l’osservatore. Quest’ultimo infatti non potrà fare a meno di notare la crudezza della scena raffigurata, il cui fulcro sta proprio nel taglio che Giuditta provoca sulla gola di Oloferne, e dal quale schizza con veemenza inevitabilmente una scia di sangue che macchia il bianco lenzuolo su cui posa l’uomo. E lo spettatore avverte inoltre l’urlo ormai inutile di Oloferne, che con gli occhi spalancati e la testa all’indietro sta trapassando alla morte. La spada sorretta con forza nella mano destra di Giuditta appare cruentemente ormai conficcata nello squarcio della gola provocato dalla fanciulla, la quale con la mano sinistra sta afferrando i capelli di Oloferne tirandoli verso se stessa. Lo sguardo della ragazza sembra concentrato nel cruento atto e pare stridere quasi con la scena: appare antitetico infatti che una fanciulla così bella possa compiere questo gesto sanguinario. Il sangue che sgorga è inoltre ripreso cromaticamente nel morbido panneggio che nella scena appare scendere dall’alto proprio sopra l’uomo. La scena grottesca rappresentata è in totale armonia con il profilo della vecchia, l’ancella Abra, che si trova accanto alla fanciulla: un profilo grottesco e accigliato che fa presagire la scena che, come in un racconto, continua nella parte sinistra del dipinto. Quest’ultimo infatti per la particolare scelta compositiva si legge orizzontalmente da destra verso sinistra, dallo sguardo grottesco della vecchia all’ultimo urlo che lancia Oloferne prima di morire; nel mezzo l’eroina Giuditta che attua la premeditata scelta.

Sorgente: La Giuditta di Artemisia Gentileschi: una rilettura del tema nel contesto storico-artistico d’inizio Seicento

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Autore: Pietro Barnabe'

Restauratore artigiano di: opere d'arte, arredi lignei fissi e mobili, materiale lapideo anche decorato e dipinto, materiale etnografico.

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