L’opera d’arte è sempre un atto politico, ed è impossibile dividere l’arte dalla politica

Un editoriale sull’arte e sulla politica, oltre che sulle funzioni civili della critica d’arte e del giornalismo d’arte, alla luce delle velleità di voler dividere la politica dall’arte.

Affermare l’inscindibilità tra arte e politica equivale dunque a ristabilire il ruolo della critica, e con essa del giornalismo d’arte, nell’ambito della società civile, della quale critica e giornalismo non costituiscono un mero orpello buono soltanto per offrire sunti in un linguaggio accessibile a chi ritiene che l’arte sia solo uno svenevole mezzo per provare un’esperienza superficialmente estetizzante. Significa restituire alla critica e al giornalismo il senso più alto della loro missione che, col tramite dell’attitudine a interpretare ch’è “conditio sine qua non di una cittadinanza desta e qualificata” consiste nel porsi al servizio del pubblico e dei cittadini, spronati in tal senso a interpretare loro stessi, ovvero a stabilire legami e connessioni, far sorgere dubbî, avanzare spunti e riflessioni. Non solo: affermare l’inscindibilità tra arte e politica significa anche elevare l’arte stessa al di sopra di quell’irrilevanza cui la società contemporanea sembra averla relegata, e al contempo significa affermare la libertà di chi esercita una tale, vitale funzione per le nostre democrazie. Per concludere, tornando agli spunti forniti da Stoilas, è possibile affermare che l’arte è un potente strumento per inchiodare il potere alla verità: di conseguenza, la critica e il giornalismo non dovrebbero aver remore nell’affermare la propria libertà nell’accompagnare gli artisti in quell’atto di natura profondamente politica che è il “perseguimento della verità e della giustizia”.

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Da Klimt a Friedrich, da Repin a Schiele, l’altro Ottocento in un agile libro di Eugenio Riccomini

Recensione del libro ‘L’altro Ottocento. Russia, Germania, Austria’ di Eugenio Riccomini (Pendragon, 2018)

Alla base del libro, l’idea secondo la quale l’Ottocento viene identificato soprattutto con la pittura francese: innegabile certo il capitale contributo che alla storia dell’arte fornirono pittori quali Courbet e Monet, eppure Riccomini prova quasi un senso di disagio nel constatare che nella percezione comune (e fino a non molto tempo fa anche nelle aule delle università) l’Ottocento di Russia, Germania e Austria non occupi la posizione che gli spetterebbe. “Nel corso di parecchi anni di studi classici”, spiega l’autore, “seguendo lezioni liceali, e poi, grazie al cielo, universitarie di storia dell’arte, non ho mai udito pronunciare in aula nomi, oggi ormai ben noti, come quelli di Turner, Friedrich, ed altri che non fossero francesi; e figuriamoci se mai m’è capitato di sentire, o di vedere qualcosa, di pittori russi, o slavi, e anche tedeschi. C’è, quindi, ancor oggi un Ottocento ’altro’. E cioè poco o pochissimo noto; e anzi del tutto sconosciuto, e inatteso”.

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