Vivian Maier come non si era mai vista. A Castelnuovo Magra le foto inedite in mostra

Recensione della mostra ‘L’autre Vivian. L’altra Vivian Maier’, alla Torre del Castello dei Vescovi di Luni di Castelnuovo Magra dal 1° giugno al 14 ottobre 2018

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Una mostra su Marcella Mencherini al Complesso del Vittoriano di Roma

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Visioni

Mutazioni del Silenzio

Sculture (Gianfranco Timossi)

Nei tempi antichi era assai comune un modo di pensare molto diverso dal nostro: quando oggi se ne parla, specie facendo riferimento a popoli lontani o nel tempo o dalla nostra realtà quotidiana, lo si definisce, forse con un po’ della nostra supponenza da esseri civili (che poi su questo “civili” ci sarebbe da dire) “pensiero magico”.

Non era esattamente un pensiero, era qualcosa di più, era anche uno sguardo, era soprattutto un “vedere”.

Così i nostri antenati sapevano che i boschi erano pieni di creature semidivine, anzi, meglio, gli alberi (ma anche le acque, dalle sorgenti ai fiumi) erano creature loro stessi.

Invisibile non vuol dire inesistente, significa semplicemente che i nostri occhi non riescono a vederlo.

Forse gli occhi non bastano. Forse ci vuole qualcosa di diverso in aggiunta.

Gianfranco Timossi non solo è in grado di “vedere” ma anche di mostrare agli altri quello che lui vede…

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Pressenza – Israele, una democrazia fatta di confische, distruzioni e deportazioni

Israele, lo Stato che occupa la Palestina per una superficie che va ben oltre quella stabilita nella partizione proposta dall’ONU nel lontano 1948. Israele, lo Stato che per sistematica inosservanza di decine e decine di Risoluzioni Onu è un Paese fuorilegge sebbene non venga (per fortuna) bombardato come successo, con benedizione mediatica e popolare, per altri Paesi. Paesi che magari di Risoluzioni Onu ne avevano ignorata soltanto una.

Israele, che non subisce sanzione per le sue continue violazioni del Diritto universale umanitario e delle Convenzioni di Ginevra riesce, con un sortilegio basato su complicità e interessi internazionali, a mantenere il suo appellativo di Stato democratico. Aggettivazione che non perderà neanche dopo aver distrutto la ormai famosa “scuola di gomme” costruita dalla ong italiana Vento di Terra nove anni fa. Scuola che è stata oggetto da subito di minacce di demolizione, di confische di strutture ricreative quali altalene e altri giochi asportati addirittura con l’impiego di elicotteri per impedire a 170 bambini l’uso di quanto offerto dalla generosità internazionale.

Israele non perderà neanche questa volta la sua definizione di Stato democratico, per quanto assurdo sia rispetto alla realtà, grazie ad un fantastico gioco di prestigio giuridico-lessicale capace di ipnotizzare i democratici onesti e di fornire materiale narrativo ai suoi valletti mediatici.

Vediamo di cosa si tratta. Prima di tutto va ricordato che Israele – nel più totale silenzio mediatico – demolisce abitualmente strutture scolastiche oltre che abitative nell’Area C. Non solo, ma in particolare nell’Area C, cioè in quella parte di Palestina che la trappola degli accordi di Oslo del 1993 pose “provvisoriamente” sotto giurisdizione israeliana.

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L’opera d’arte è sempre un atto politico, ed è impossibile dividere l’arte dalla politica

Un editoriale sull’arte e sulla politica, oltre che sulle funzioni civili della critica d’arte e del giornalismo d’arte, alla luce delle velleità di voler dividere la politica dall’arte.

Affermare l’inscindibilità tra arte e politica equivale dunque a ristabilire il ruolo della critica, e con essa del giornalismo d’arte, nell’ambito della società civile, della quale critica e giornalismo non costituiscono un mero orpello buono soltanto per offrire sunti in un linguaggio accessibile a chi ritiene che l’arte sia solo uno svenevole mezzo per provare un’esperienza superficialmente estetizzante. Significa restituire alla critica e al giornalismo il senso più alto della loro missione che, col tramite dell’attitudine a interpretare ch’è “conditio sine qua non di una cittadinanza desta e qualificata” consiste nel porsi al servizio del pubblico e dei cittadini, spronati in tal senso a interpretare loro stessi, ovvero a stabilire legami e connessioni, far sorgere dubbî, avanzare spunti e riflessioni. Non solo: affermare l’inscindibilità tra arte e politica significa anche elevare l’arte stessa al di sopra di quell’irrilevanza cui la società contemporanea sembra averla relegata, e al contempo significa affermare la libertà di chi esercita una tale, vitale funzione per le nostre democrazie. Per concludere, tornando agli spunti forniti da Stoilas, è possibile affermare che l’arte è un potente strumento per inchiodare il potere alla verità: di conseguenza, la critica e il giornalismo non dovrebbero aver remore nell’affermare la propria libertà nell’accompagnare gli artisti in quell’atto di natura profondamente politica che è il “perseguimento della verità e della giustizia”.

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Da Klimt a Friedrich, da Repin a Schiele, l’altro Ottocento in un agile libro di Eugenio Riccomini

Recensione del libro ‘L’altro Ottocento. Russia, Germania, Austria’ di Eugenio Riccomini (Pendragon, 2018)

Alla base del libro, l’idea secondo la quale l’Ottocento viene identificato soprattutto con la pittura francese: innegabile certo il capitale contributo che alla storia dell’arte fornirono pittori quali Courbet e Monet, eppure Riccomini prova quasi un senso di disagio nel constatare che nella percezione comune (e fino a non molto tempo fa anche nelle aule delle università) l’Ottocento di Russia, Germania e Austria non occupi la posizione che gli spetterebbe. “Nel corso di parecchi anni di studi classici”, spiega l’autore, “seguendo lezioni liceali, e poi, grazie al cielo, universitarie di storia dell’arte, non ho mai udito pronunciare in aula nomi, oggi ormai ben noti, come quelli di Turner, Friedrich, ed altri che non fossero francesi; e figuriamoci se mai m’è capitato di sentire, o di vedere qualcosa, di pittori russi, o slavi, e anche tedeschi. C’è, quindi, ancor oggi un Ottocento ’altro’. E cioè poco o pochissimo noto; e anzi del tutto sconosciuto, e inatteso”.

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